Good Life

13.02.2026

Oggi giochiamo facile con le etimologie: parliamo di Radio! Una parola che ci arriva dal latino “radius”, il raggio della ruota di un carro, la bacchetta di legno che unisce il mozzo al cerchione, un’immagine geometrica perfetta: qualcosa che parte da un punto centrale e si espande verso l’esterno. Col tempo, è passato a indicare il “raggio di luce”. All’inizio del Novecento, poi, gli scienziati scoprono che i segnali elettromagnetici si propagano nello spazio in modo simile ai raggi luminosi, e la scelta del prefisso radio- è quasi naturale. E poi arriva una vera “battaglia” linguistica per dare un nome a questa invenzione: nei paesi anglosassoni si usava inizialmente Wireless (senza fili), un termine puramente descrittivo e tecnico: l’assenza del cavo del telegrafo era lo shock tecnologico del momento. In Italia e nel resto d’Europa prevale, invece, Radio, un termine più poetico e dinamico. Curiosamente, negli Stati Uniti il passaggio da wireless a radio avviene ufficialmente solo intorno al 1912, quando la Marina Americana decide che “radio” è più breve e chiaro per le comunicazioni d’emergenza.  Radio- è diventato uno dei prefissi più prolifici della modernità: dalla radio-grafia alla radio-attività. Ma solo nella “radio” intesa come medium, questo raggio ha saputo mantenere un’accezione positiva, calda, una promessa di calore umano, trasformando un concetto fisico freddo in un’emozione condivisa. Quindi, da oggi in poi, ascoltandoci, pensa di essere al centro di una ruota invisibile: sei il punto d’arrivo di un raggio che ha attraversato lo spazio per portarti una storia e tante emozioni.  Grazie Radio, e Grazie a te per essere dall’altra parte dell’antenna!