Segreti in tavola
C’è un cibo che, più di ogni altro, racconta la quotidianità del Giappone: è l’onigiri: una semplice polpetta di riso che racchiude una storia lunga più di mille anni.
ANNALENA DE BORTOLI appassionata esperta di cucina giapponese e coordinatrice dell’Associazione Italiana Ristoratori Giapponesi e autrice del libro “Sahou: Ciotole, bacchette e buone maniere sulla tavola giapponese” pubblicato da Trenta Editore.
Il nome deriva dal verbo giapponese nigiru, che significa “stringere con le mani”. Ed è proprio così che nasce l’onigiri: il riso appena cotto viene modellato delicatamente, senza essere pressato troppo, fino ad assumere la caratteristica forma triangolare, rotonda oppure ovale. A differenza del sushi, però, il riso non viene condito con l’aceto, ma soltanto con un pizzico di sale.
Le sue origini risalgono al periodo Yayoi, quando il riso veniva compattato per essere trasportato facilmente durante i lunghi viaggi o nelle giornate di lavoro nei campi. Nei secoli successivi gli onigiri sono diventati il pranzo dei samurai, dei pellegrini e delle famiglie giapponesi, fino a trasformarsi nel simbolo del cibo fatto in casa.
Perché proprio la forma triangolare? Secondo la tradizione richiama quella delle montagne, considerate luoghi sacri abitati dagli spiriti della natura. Preparare un onigiri significava quindi affidarsi alla loro protezione. Ma c’è anche una ragione pratica: il triangolo è facile da modellare e permette al riso di mantenere bene la sua forma.
All’interno si nascondono i ripieni più diversi: il salmone grigliato, la prugna fermentata umeboshi, il tonno con maionese giapponese, le alghe o il kombu. All’esterno, invece, spesso troviamo una striscia di alga nori, che permette di mangiarlo comodamente con le mani.
Oggi gli onigiri si trovano ovunque in Giappone, dalle cucine di casa ai minimarket aperti giorno e notte. Sono il perfetto esempio di come, con pochi ingredienti e tanta cura, si possa creare un piatto semplice ma ricco di significato. Perché, a volte, il vero segreto della cucina non è la complessità, ma la capacità di trasformare un pugno di riso in un simbolo di cultura, tradizione e condivisione.