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01.11.2026
Honkaku Shochu & Awamori Day (Giornata dell’Autentico Shochu e dell’Awamori)
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Quando pensiamo alle bevande del Sol Levante, la mente corre subito al celebre sakè; eppure il Giappone vanta una cultura della distillazione ricca, complessa e affascinante Il 1° novembre si celebra l’Honkaku Shochu & Awamori Day, una giornata interamente dedicata a due autentici pilastri del bere tradizionale nipponico. A Segreti in Tavola, su Dimensione Suono Soft , abbiamo svelato la storia di questi tesori insieme ad Annalena De Bortoli , esperta di cultura gastronomica nipponica e coordinatrice dell’Associazione Italiana Ristoratori Giapponesi.

L’Awamori: il padre nobile nato a Okinawa

Per capire il mondo dello Shochu bisogna partire dall’Awamori, considerato a tutti gli effetti il suo antenato diretto. Fino al 1300 in Giappone non si distillava: l’arte dell’alambicco, originaria dell’antica Persia, ha viaggiato attraverso la Cina e la Thailandia fino ad approdare nell’arcipelago di Okinawa.

È proprio qui che ha preso forma l’Awamori, distillato a partire da riso thailandese a chicco lungo fermentato con una particolare muffa nobile, il koji nero. Ancora oggi l’Awamori è una denominazione esclusiva di Okinawa, tornata definitivamente sotto la sovranità giapponese nel 1972.

Dal riso alle patate dolci: l’evoluzione dello Shochu

Dall’esperienza di Okinawa, la tecnica di distillazione si è diffusa nel resto del Giappone continentale, adattandosi però a un clima differente. Al posto del koji nero si sono impiegati koji bianchi o gialli, lavorando il classico riso giapponese a chicco corto.

La vera svolta è arrivata nel secondo dopoguerra: a causa della forte carenza di riso, i mastri distillatori hanno iniziato a utilizzare materie prime alternative come grano saraceno (soba), orzo, zucchero e patate dolci, dando vita alla straordinaria varietà di Shochu che apprezziamo oggi.

Il segreto delle bollicine nel nome

C’è un dettaglio poetico e tecnico che distingue l’Awamori: il suo stesso nome significa letteralmente “schiuma o bolle abbondanti”. Anticamente, infatti, la gradazione alcolica del distillato non veniva misurata con moderni densimetri, ma valutando la persistenza e le dimensioni delle bolle che si creavano versandolo dall’alto nel bicchiere.

Un universo affascinante che racconta come la cultura gastronomica sia fatta di viaggi, ingegno e scambi millenari.